L’inverno demografico italiano è iniziato nel 1975. Oggi l’Italia è il Paese più anziano dell’Unione Europea, con un’aspettativa di vita di 83,5 anni. Per le imprese questo significa un bacino di reclutamento sempre più ristretto, una forza lavoro che invecchia e una crescente difficoltà a trovare le competenze necessarie. Secondo lo studio realizzato da UN Global Compact Network Italia in collaborazione con The European House – Ambrosetti, dal titolo "Match point. Colmare il divario tra competenze, demografia ed AI. Quali priorità per i CEO italiani", nel 2026 il 44,8%delle assunzioni programmate è di difficile reperimento, con tempi di attesa che arrivano a 4,7 mesi. La sfida riguarda soprattutto i profili tecnici e operativi: la difficoltà a trovare operai specializzati raggiunge il 61,8%. Il problema, quindi, non è soltanto quanti lavoratori saranno disponibili domani, ma quali competenze saranno necessarie e allineate alla domanda preveniente dalle imprese.
L’economia circolare come motore di innovazione, efficienza e crescita sostenibile per il business
In un momento storico segnato da profonde trasformazioni economiche, ambientali e tecnologiche, il tema dell’economia circolare assume un valore strategico per le imprese e per il sistema Paese. La transizione da modelli lineari a modelli circolari non rappresenta, infatti, un semplice adeguamento normativo, ma un cambiamento strutturale nei processi di progettazione, produzione, distribuzione e gestione delle risorse. In questa fase di trasformazione sistemica, il ruolo delle aziende risulta decisivo: la capacità di anticipare la traiettoria delle politiche europee, di integrare criteri di sostenibilità nella gestione strategica e di adottare modelli operativi fondati sull’efficienza, sull’innovazione e sulla trasparenza costituisce un fattore determinante di competitività e consolidamento della resilienza aziendale.
Nel quadro del World Food Forum organizzato da FAO, l’Executive Director di UNGCN Italia, Daniela Bernacchi, è intervenuta in uno dei panel dello Hand-in-Hand Initiative Investment Forum 2026, l’iniziativa lanciata da FAO a partire dal 2019 per accelerare la trasformazione dei sistemi agroalimentari.
Il World Food Forum (WFF) è il principale appuntamento internazionale dedicato alle sfide dei sistemi agroalimentari sostenibili. L'evento riunisce Capi di Stato e di Governo, rappresentanti delle istituzioni europee, organizzazioni internazionali, mondo della ricerca e giovani leader provenienti da tutto il mondo. Nel corso della manifestazione vengono approfonditi temi strategici quali sicurezza alimentare, innovazione, cambiamento climatico e trasformazione dei sistemi agroalimentari, con l'obiettivo di promuovere soluzioni condivise per uno sviluppo sostenibile e inclusivo.
I lavoratori e le lavoratrici stranieri o con background migratorio rappresentano una componente strutturale del mercato del lavoro italiano e delle catene di fornitura. Secondo il “Rapporto 2025 sull’economia dell’immigrazione – Da stranieri a nuovi italiani: come cambia l’immigrazione” della Fondazione Leone Moressa, i cittadini stranieri in Italia sono 5,3 milioni, pari all’8,9% della popolazione, mentre gli occupati sono circa 2,51 milioni, il 10,5% dell’occupazione complessiva. Le trasformazioni demografiche, che toccano inevitabilmente il mercato del lavoro, rendono centrali per le imprese il tema dell’inclusione, anche per leggere tale presenza in ottica di opportunità. Per metterla in atto, il settore privato è chiamato ad integrare la prospettivadei lavoratori e lavoratrici migranti nei processi dihuman rights due diligence, al fine di identificare e gestire i rischi specifici a loro connessi.
La crescente pressione sui sistemi idrici sta trasformando l’acqua in una variabile economica cruciale per lo sviluppo, la resilienza e la sostenibilità dei sistemi produttivi dell’area Euro-Mediterranea. È questo il punto di partenza della ricerca “Building a Water Smart Economy in the Euro-Mediterranean Area: The Role of Business”, promossa da UN Global Compact Network Italia in collaborazione con The European House – Ambrosetti (TEHA) e con i UN Global Compact Country Network di Egitto, Francia, Grecia, Portogallo e Turchia e con il supporto di Edison S.p.A., con l’obiettivo di analizzare il ruolo delle imprese nella gestione sostenibile dell’acqua e nella costruzione di economie più resilienti. La ricerca è stata presentata nell’ambito dell’Euro-Mediterranean Water Forum, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).
In occasione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i Country Network di UN Global Compact di Bulgaria, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Turchia presentano la seconda pubblicazione dell'indagine "European Private Sector SDGs Stocktake". Basandosi su 136 indicatori relativi a 5.793 aziende aderenti a UN Global Compact in 21 paesi europei, lo studio consente, per la prima volta, di stimare il livello di contributo del settore privato agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Il punteggio medio complessivo di 58,2 su 100 indica un livello positivo di contributo allo sviluppo sostenibile, pur evidenziando margini di miglioramento su aspetti specifici.
Per trasformare gli impegni climatici in una traiettoria concreta verso il net-zero non basta fissare un obiettivo: servono strumenti adeguati, responsabilità chiare e un sistema capace di misurare i progressi nel tempo. È questa la prospettiva con cui UN Global Compact Network Italia ha dedicato un webinar alla nuova Versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard della Science Based Targets initiative (SBTi), approfondendone le principali novità e le implicazioni per le imprese. L’incontro si inserisce nella collaborazione che UN Global Compact Network Italia porta avanti da circa due anni con SBTi, anche nell’ambito del Climate Ambition Accelerator, accompagnando le aziende dalla costruzione dell’inventario delle emissioni alla definizione e attuazione di target basati sulla scienza.
Il 10 settembre 2026 UN Global Compact Network Italia ha organizzato il webinar “Nuovi ESRS: implicazioni per le imprese”, dedicato alle novità introdotte dalla revisione degli European Sustainability Reporting Standards da parte della Commissione Europea lo scorso luglio. L’incontro, realizzato in collaborazione con EFRAG (Gruppo consultivo europeo sull'informativa finanziaria), ha offerto alle aziende aderenti al Network un quadro aggiornato sulle novità introdotte dal pacchetto Omnibus I e sul processo di revisione degli standard di reporting. L’iniziativa si inserisce nel percorso di dialogo avviato da UN Global Compact Network Italia con le istituzioni europee ed EFRAG, dopo la tavola rotonda tenutasi a Bruxelles a giugno, in cui era stato anticipato lo stato di avanzamento della revisione degli ESRS e il rafforzamento del ruolo della materialità come filtro delle informazioni da rendicontare.
Dal 14 dicembre 2027 nel mercato dell’UE sarà vietato immettere, mettere a disposizione o esportare prodotti realizzati ricorrendo al lavoro forzato. Per le imprese, comprendere il nuovo Regolamento e rafforzare i propri processi di due diligence in quest’ottica è una questione prioritaria. Secondo le stime dell’ILO, sono oltre 27,6 milioni le persone che nel mondo si trovano in condizioni di lavoro forzato. Il rischio si manifesta in particolare nelle catene di fornitura, dove la sorveglianza per le aziende risulta più complessa. Il lavoro forzato costituisce una grave violazione dei principi e diritti fondamentali del lavoro, secondo l’omonima Dichiarazione ILO del 1998. Il nuovo Regolamento (UE) 2024/3015 pone questo tema al centro della politica commerciale europea, introducendo un divieto applicabile a tutti i prodotti, indipendentemente dalla loro origine, settore o tipologia.
Le notizie degli ultimi giorni riportano ancora una volta al centro una domanda che non possiamo più rimandare: cosa significa davvero superare la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale? L'obiettivo fissato dall'Accordo di Parigi non rappresenta un “limite di sicurezza” oltre il quale il cambiamento climatico diventa improvvisamente irreversibile. È però una soglia fondamentale: superarla significa aumentare progressivamente la frequenza e l'intensità di eventi estremi, gli impatti sugli ecosistemi e i rischi per le società e le economie. E oggi, secondo l'UNEP, il superamento degli 1,5°C è ormai molto probabile nei prossimi anni, mentre anche nello scenario più favorevole il riscaldamento potrebbe raggiungere circa 1,8°C prima di iniziare a diminuire.
Quella della desertificazione è una crisi meno visibile, ma profondamente connessa alle altre sfide ambientali. Proprio oggi termina la COP17 per la lotta alla desertificazione, che si è tenuta in Mongolia. E anche se questa tematica ci sembra così lontana da noi, in realtà ci riguarda molto da vicino. Anche l’Italia sperimenta sempre più chiaramente gli effetti combinati di cambiamento climatico, stress idrico e degrado del territorio. Negli ultimi anni, il nostro Paese ha alternato periodi di siccità eccezionale a eventi meteorologici estremi, con conseguenze sulla disponibilità di acqua, sull’agricoltura e sugli ecosistemi.
La crisi climatica non si manifesta soltanto attraverso l’aumento delle temperature o la crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi. Esiste una dimensione meno visibile, ma altrettanto rilevante, che riguarda il progressivo degrado del suolo e la perdita della capacità degli ecosistemi di svolgere funzioni fondamentali: trattenere acqua, immagazzinare carbonio, sostenere la biodiversità e garantire la produttività dei territori. La desertificazione è spesso associata esclusivamente all’avanzamento dei deserti e alle aree più aride del pianeta. In realtà, il termine indica un processo più ampio di degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, determinato dall’interazione tra fattori climatici e attività umane.
Nel corso degli ultimi anni la biodiversità è entrata progressivamente nell'agenda delle imprese. Se inizialmente l'attenzione era concentrata soprattutto sugli impatti ambientali e sugli obblighi di rendicontazione, oggi sta emergendo una consapevolezza più profonda: la tutela del capitale naturale non riguarda soltanto la gestione di un rischio, ma la capacità stessa delle imprese di operare in contesti economici sempre più esposti alla scarsità delle risorse, agli effetti del cambiamento climatico e alla degradazione degli ecosistemi. Il rapporto "Business and Biodiversity" dell'IPBES pubblicato nel 2026 evidenzia come il settore privato possa svolgere un ruolo determinante nel contrastare le principali pressioni che stanno accelerando la perdita di biodiversità: il tema non riguarda soltanto la riduzione degli impatti, ma la capacità delle imprese di contribuire, insieme agli altri attori economici e istituzionali, alla costruzione di un'economia più resiliente e positiva per la natura.
A dieci anni dall'Accordo di Parigi, la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio entra in una fase decisiva. Negli ultimi anni è cresciuto il numero di governi, imprese e investitori che hanno assunto impegni climatici sempre più ambiziosi; allo stesso tempo, però, i principali indicatori mostrano che la finestra temporale per limitare il riscaldamento globale si sta progressivamente restringendo. I dati più recenti confermano questa sfida. L'Emissions Gap Report 2025 dell'UNEP (United Nations Environment Programme) evidenzia che, pur registrando un lieve miglioramento delle prospettive grazie ai nuovi contributi nazionali (NDC), il mondo rimane ancora "off target" rispetto agli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Anche nell'ipotesi di piena attuazione degli impegni oggi presentati, il riscaldamento globale è infatti stimato tra 2,3°C e 2,5°C entro la fine del secolo, mentre con le politiche attualmente in vigore la traiettoria resta intorno ai 2,8°C.
Il gender pay gap, ovvero la differenza retributiva media tra uomini e donne, resta una delle principali disuguaglianze nel mondo del lavoro e, nonostante l’attenzione crescente, non è ancora stato colmato. Secondo EIGE, l’Istituto Europeo per la Parità di Genere, le donne nell’UE guadagnano in media solo il 77% di quanto guadagnano gli uomini su base annua: ciò significa che, per percepire lo stesso reddito che gli uomini ottengono in un anno, le donne devono lavorare in media 15 mesi e 18 giorni. Questo periodo, noto anche come “ghost quarter” (il trimestre fantasma), rappresenta tempo sottratto alla famiglia, allo studio, alla formazione o al riposo.
Lo scorso 13 luglio, durante l’High-Level Political Forum delle Nazioni Unite, l’Italia ha presentato la propria Voluntary National Review (VNR), il rapporto con cui gli Stati membri delle Nazioni Unite rendicontano in maniera volontaria i progressi compiuti nell'attuazione dell'Agenda 2030. La VNR italiana è stata redatta dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; il documento è frutto di un ampio percorso di consultazione che ha visto coinvolti amministrazioni a livello nazionale, regionale e metropolitano, esponenti della società civile, del mondo delle università, della ricerca e del settore privato.
Con l’obiettivo di accelerare il percorso verso la parità di genere e ricordare il ruolo fondamentale del settore privato come attore cruciale nella sfida al gender gap, UNGCN Italia e UN Women Italy hanno rafforzato la collaborazione già in atto, lanciando una nuova partnership strategica per promuovere i Women’s Empowerement Principles (WEPs). Il primo incontro in presenza del Target Gender Equality Accelerator promosso dal Network italiano – che si è svolto martedì 7 luglio a Milano – è stato l’occasione ideale per rilanciare l’iniziativa, che mira a sviluppare e animare la nuova Community WEPs Italia: uno spazio di confronto, formazione e condivisione di buone pratiche tra le organizzazioni che hanno già sottoscritto i WEPs.
La Commissione europea ha da poco adottato gli standard europei di rendicontazione sulla sostenibilità (ESRS) rivisti e uno standard di rendicontazione volontario per le imprese di dimensioni più ridotte. Gli ESRS disciplinano la comunicazione di questioni ambientali, sociali e di governance, tra cui il cambiamento climatico, la biodiversità e i diritti umani. Essi forniscono informazioni agli investitori e alle altre parti interessate per comprendere i rischi legati alla sostenibilità a cui sono esposte le imprese e il loro impatto sulle persone e sull’ambiente. Gli standard rivisti adottati sono concepiti per ridurre gli oneri amministrativi a carico delle imprese europee, garantendo al contempo un’informativa di alta qualità. Essi fanno parte del Pacchetto Omnibus I, che snellisce la rendicontazione sulla sostenibilità nell’UE e riduce il numero di imprese soggette alla direttiva sulla rendicontazione aziendale in materia di sostenibilità (CSRD).
Per le aziende aderenti a UN Global Compact, la Communication on Progress (CoP) è lo strumento fondamentale attraverso cui rendicontare in modo chiaro e strutturato l’impegno sui Dieci Principi del Global Compact delle Nazioni Unite, che si declinano in quattro aree tematiche: governance, diritti umani e diritti del lavoro, ambiente e lotta alla corruzione. Attraverso indicatori standardizzati, la CoP consente alle imprese di valutare come la sostenibilità è integrata nei processi decisionali e nelle attività operative. Rendicontare significa anche rendere pubblici i propri impegni, favorendo un dialogo aperto e costruttivo con gli stakeholder come investitori, clienti, partner e comunità.
In un contesto globale caratterizzato da crescente instabilità climatica, pressioni normative e trasformazioni economiche profonde, la decarbonizzazione continua a rappresentare una delle principali priorità strategiche per il settore privato. La capacità delle imprese di misurare, gestire e ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra è oggi un elemento sempre più rilevante non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche sotto il profilo della competitività, della resilienza e della gestione del rischio.