Alle imprese è richiesto di sostenere l’effettiva eliminazione del lavoro minorile

 

In quasi tutte le parti del mondo il fenomeno del lavoro minorile è comparso a più riprese. In molti paesi in via di sviluppo è tuttora un problema serio. In forme più nascoste, tuttavia, questo fenomeno sopravvive anche in alcuni paesi industrializzati ad esempio tra le comunità degli immigrati.

Il lavoro minorile priva i bambini della loro infanzia e della loro dignità. Molti lavorano per orari prolungati senza stipendio, sottoposti spesso a condizioni pericolose per la loro salute e per il loro sviluppo psicofisico, allontanati dalle loro famiglie e privati di un’educazione.
I bambini che non completano il ciclo di istruzione primaria sono destinati a rimanere analfabeti e a non acquisire mai le competenze per ottenere un lavoro e contribuire allo sviluppo della moderna economia. Il lavoro minorile è causato dalla povertà e dal sottosviluppo ma è anche semplicemente un risultato dello sfruttamento. Esiste sia nelle economie formali che in quelle informali, ma è in queste ultime che si riscontrano le peggiori forme di lavoro minorile.

Nonostante i bambini godano degli stessi diritti umani degli adulti, la loro mancanza di conoscenza, d’esperienza e di potere, fa sì che essi debbano godere anche di altri diritti, quali ad esempio il diritto alla protezione dallo sfruttamento economico e dai lavori che potrebbero compromettere il loro sviluppo. Questo non significa che ai bambini non dovrebbe esser permesso di lavorare, piuttosto esistono degli standard che definiscono quali lavori siano ammissibili o inammissibili per i bambini, in base alla loro età e allo stadio del loro sviluppo.

I datori di lavoro non dovrebbero usare il lavoro minorile in modi socialmente inaccettabili, che facciano perdere al minore le sue opportunità educative. La complessità della questione relativa al lavoro minorile comporta che le imprese debbano affrontarla con cautela senza intraprendere azioni che potrebbero condurre i bambini lavoratori verso forme di sfruttamento ancor peggiori.

Le convenzioni dell’ILO raccomandano un’età minima lavorativa che non deve essere inferiore all’età stabilita per completare la scuola dell’obbligo, e comunque non inferiore a 15 anni. Età inferiori sono consentite generalmente nei paesi in cui l’economia e le istituzioni scolastiche sono meno sviluppate. In questi casi l’età minima può scendere a 14 anni e per i lavori leggeri a 13. Invece per i lavori pericolosi, l’età minima deve essere 18 anni. La priorità deve essere data all’eliminazione, per tutti i soggetti minori di 18 anni, delle peggiori forme di lavoro minorile, inclusi le tipologie d’impiego a rischio.

Le peggiori forme di lavoro minorile sono:

  • tutte le forme di schiavitù – inclusi il traffico di bambini, il lavoro forzato e obbligatorio, la schiavitù per debiti e l’uso dei bambini nei conflitti armati;
  • l’uso, l’induzione o l’istigazione di bambini alla prostituzione, o il loro utilizzo per scopi pornografici;
  • l’uso, l’adescamento o l’offerta di bambini per attività illecite, in particolare la produzione e il traffico di stupefacenti;
  • il lavoro che, per sua natura o per le circostanze nelle quali viene svolto, possa compromettere la salute, la sicurezza o la psiche del bambino.

Comprendere a fondo le cause e le conseguenze del lavoro minorile è il primo passo che una impresa deve intraprendere nella sua azione per combattere questo fenomeno.

Innanzitutto è necessario verificare che la propria impresa non impieghi il lavoro minorile; per le imprese le cui filiere di produzione sono geograficamente distanti, è necessario essere particolarmente vigili. Scoprire se ci siano casi di lavoro minorile al proprio interno può essere tuttavia molto difficile ad esempio in assenza di documenti ufficiali, in questi casi le imprese possono valutare l’opportunità di utilizzare ONG locali, agenzie delle Nazioni Unite o altre organizzazioni che possano assisterle in questo processo.

Nell’eventualità in cui venga appurata la presenza di bambini nell’impresa essi devono essere allontanati e deve essere data loro una valida alternativa. Queste misure includono l’inserimento dei bambini nella scuola e l’offerta di alternative economiche per le loro famiglie. Le imprese devono essere consapevoli che, senza un appropriato supporto, i bambini potrebbero essere costretti a circostanze ancora peggiori come ad esempio la prostituzione e che, in alcuni casi, dove i bambini sono l’unica fonte di reddito per la famiglia, la loro rimozione immediata dal lavoro potrebbe esacerbare le già precarie condizioni di vita.

Sul posto di lavoro:

  • Aderire alle disposizioni sull’età minima vigenti nel paese in cui operano e, qualora la legge nazionale fosse carente, rispettare le leggi internazionali;
  • Utilizzare meccanismi adeguati per la verifica dell’età al momento dell’assunzione;
  • Qualora sul posto di lavoro venisse trovato un bambino con un’età inferiore a quella richiesta dalla legge, si dovrà procedere al suo allontanamento con misure adeguate e vie alternative, sia per lui che per i suoi familiari;
  • Esercitare la propria influenza sui subappaltatori, sui fornitori e su tutte le altre imprese affiliate per combattere il lavoro minorile;
    Sviluppare e migliorare meccanismi per combattere il lavoro minorile;
  • Assicurarsi che i lavoratori adulti abbiano salari decenti e condizioni di lavoro dignitose così da non avere bisogno di costringere i propri figli a lavorare.

Nella comunità in cui opera:

  • Contribuire allo sviluppo di linee guida per le associazioni industriali di categoria e per le piccole e medie imprese;
  • Sostenere la realizzazione di programmi per l’educazione, la formazione e la consulenza di bambini lavoratori e dei loro genitori;
  • Incoraggiare e contribuire al lancio di programmi supplementari di nutrizione e salute per i bambini sottratti a lavori pericolosi e provvedere alle cure mediche per aiutare quei bambini affetti da malattie professionali e da malnutrizione.

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