L’inverno demografico italiano è iniziato nel 1975. Oggi l’Italia è il Paese più anziano dell’Unione Europea, con un’aspettativa di vita di 83,5 anni. Per le imprese questo significa un bacino di reclutamento sempre più ristretto, una forza lavoro che invecchia e una crescente difficoltà a trovare le competenze necessarie. Secondo lo studio realizzato da UN Global Compact Network Italia in collaborazione con The European House – Ambrosetti, dal titolo "Match point. Colmare il divario tra competenze, demografia ed AI. Quali priorità per i CEO italiani", nel 2026 il 44,8%delle assunzioni programmate è di difficile reperimento, con tempi di attesa che arrivano a 4,7 mesi. La sfida riguarda soprattutto i profili tecnici e operativi: la difficoltà a trovare operai specializzati raggiunge il 61,8%. Il problema, quindi, non è soltanto quanti lavoratori saranno disponibili domani, ma quali competenze saranno necessarie e allineate alla domanda preveniente dalle imprese.

È dalla convergenza di queste sfide che prende le mosse il tema chiave dell’XI edizione del Business & SDGs High-Level Meeting di UN Global Compact Network Italia, che si è tenuta questo pomeriggio a Milano, e ha riunito CEO, istituzioni ed esperti per discutere come trasformare la pressione demografica e tecnologica in una nuova opportunità di produttività.

Valorizzare il capitale umano già presente

In un mercato in cui identificare nuove risorse diventa sempre più difficile, la gestione del capitale umano già presente nelle organizzazioni assume un ruolo centrale. L’invecchiamento della forza lavoro impone alle imprese di ripensare formazione continua, percorsi di carriera, aggiornamento delle competenze e organizzazione del lavoro degli impiegati e dei lavoratori più senior, evitando che l’allungamento della vita lavorativa si traduca in un progressivo disallineamento rispetto alle competenze richieste.

Infine, per riuscire ad attrarre e trattenere le risorse qualificate, le aziende dovranno investire sempre più in politiche capaci di rendersi attrattive e competitive sul mercato del lavoro, costruendo un corretto equilibrio tra benessere organizzativo – a partire dalla qualità del lavoro, dalla flessibilità e dall’equilibrio tra vita professionale e personale – e welfare aziendale.

Anche il sostegno alla genitorialità e la valorizzazione del potenziale femminile diventano leve di competitività. Secondo lo Studio, la misura più diffusa tra le imprese è la flessibilità oraria e lo smart working strutturato per i neogenitori (68%), seguita da congedi parentali oltre i minimi di legge (42%) e percorsi di rientro agevolato e mentoring dopo la maternità (37%).

I talenti femminili sono una risorsa che le imprese non possono più permettersi di lasciare inutilizzata: in Italia le donne inattive sono circa 15 milioni, cinque milioni in più degli uomini, un bacino di competenze e lavoro ancora largamente escluso dal sistema produttivo. A ostacolarne la partecipazione contribuiscono anche le difficoltà legate alla genitorialità: il 49,9% delle donne teme conseguenze professionali con l’arrivo di un figlio, contro il 24% degli uomini, mentre i posti negli asili nido coprono appena il 31,6% dei bambini sotto i tre anni. Per le imprese, favorire l’occupazione femminile non è soltanto una questione di equità: significa ampliare la disponibilità di talenti, rispondere alla carenza di personale e rafforzare la propria capacità competitiva.

La competizione per il capitale umano riguarda inoltre la capacità del Paese di trattenere i giovani. La ricerca evidenzia che tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha registrato un saldo migratorio negativo di 441.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, il 93% dei quali laureati, con un picco di oltre 61.000 nel solo 2024.(1)

L’AI può compensare la demografia, ma cambia il lavoro

In questo scenario, l’intelligenza artificiale può rappresentare una leva per compensare la riduzione della forza lavoro: fare di più con le stesse persone, automatizzare attività e liberare tempo per quelle a maggiore valore aggiunto. Ma la trasformazione tecnologica rischia anche di ampliare il disallineamento: l’AI può sostituire o trasformare più rapidamente alcune attività a bassa qualificazione, mentre aumenta la domanda di competenze digitali, tecniche e ibride. Tra maggio 2025 e febbraio 2026, rileva lo studio, il divario tra la quota di annunci che richiedono competenze digitali avanzate e la quota di forza lavoro che le possiede è passato da 14,6% a 18,6%.

Le imprese stanno reagendo con programmi di formazione, ma con intensità diverse: il 38% coinvolge oltre il 30% dei dipendenti in attività di upskilling e reskilling, inclusa l’AI literacy; il 27% ne coinvolge meno del 10% e il 13% quasi nessuno. Anche l’adozione dell’AI presenta un forte divario dimensionale: la utilizza il 53,1% delle imprese con oltre 250 addetti, contro il 15,7% di quelle tra 10 e 49 addetti. La trasformazione organizzativa resta tuttavia limitata: solo il 3% delle imprese ha delegato interi processi alla tecnologia.

La prospettiva dei CEO: le competenze si costruiscono

Le evidenze quantitative della ricerca sono accompagnate dalle esperienze raccolte attraverso le interviste ai CEO, dalle quali emerge una lettura comune della trasformazione in corso. Le competenze non si trovano, si costruiscono: per i CEO, la formazione è ormai un’infrastruttura strategica per la competitività. Di fronte alla carenza di lavoratori e all’accelerazione tecnologica, le imprese devono investire nella formazione continua e nella riqualificazione delle persone, valorizzando anche i lavoratori senior. In un contesto in cui si allunga la vita lavorativa, il longevity management diventa infatti una leva competitiva: aggiornare le competenze, favorire lo scambio intergenerazionale e trattenere il patrimonio di esperienza aziendale consente di preservare know-how, produttività e capacità di innovazione. Parallelamente, è necessario costruire nuovi talenti in sinergia con scuole, università e sistema formativo.

L’urgenza riguarda due sfide strettamente connesse: competenze e intelligenza artificiale, da affrontare prima che si trasformino in emergenze. Anche il fattore demografico sta assumendo un peso crescente nelle strategie aziendali. Eppure, secondo i dati della ricerca, il 44% delle imprese si trova a fronteggiare un doppio declino — demografico e delle competenze — senza aver ancora investito in misura adeguata per rispondere a entrambe le criticità.

Governare l’AI, non solo adottarla

La sfida non è però soltanto tecnologica. L’AI porta con sé impatti ambientali, sociali e organizzativi, legati tanto alle risorse necessarie per alimentare i sistemi quanto agli effetti sulle competenze, sull’occupazione e sui processi decisionali. Secondo la ricerca, questi temi non sono ancora pienamente integrati nella governance aziendale: solo il 23% delle imprese dispone di un coordinamento strutturato tra le agende di demografia, competenze e AI.

La sfida, quindi, non è semplicemente introdurre l’intelligenza artificiale, ma governarne l’impatto e accompagnare la trasformazione del lavoro, investendo nelle persone che già lavorano nelle imprese e nelle competenze che serviranno domani.

(1) CNEL (con REF Ricerche e Questlab), Giovani Expat. Come farli tornare, settembre 2026

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