Dopo aver compreso come la perdita di biodiversità e il degrado del capitale naturale rappresentino un rischio sistemico per l’economia globale, per le imprese si apre una fase nuova e più concreta: tradurre la consapevolezza in azione. La domanda non è più se intervenire, ma come farlo in modo efficace, credibile e coerente con un contesto in rapida evoluzione.
Negli ultimi anni, il quadro di riferimento si è infatti arricchito di strumenti, standard e normative che, pur nella loro complessità, delineano una traiettoria sempre più chiara: per le imprese, orientarsi tra questi elementi non significa solo rispondere a obblighi emergenti, ma costruire un posizionamento competitivo in un’economia sempre più attenta al valore della natura.

Regole che cambiano: la biodiversità entra nel diritto e nel mercato
Uno dei segnali più evidenti di questo cambiamento è rappresentato dal rafforzamento del quadro regolatorio. A livello europeo, il Regolamento sulla deforestazione – EUDR – introduce un principio destinato a incidere profondamente sulle catene globali del valore: i prodotti immessi sul mercato europeo devono essere dimostrabilmente “deforestation-free”.
Questo significa che le imprese non possono più limitarsi a dichiarazioni generiche, ma devono dotarsi di sistemi di tracciabilità e due diligence in grado di garantire l’origine sostenibile delle materie prime. È un passaggio cruciale, perché sposta la sostenibilità dal piano reputazionale a quello strategico e operativo, con forte incidenza sul piano della definizione degli accordi e dei contratti lungo la filiera.
Anche a livello nazionale, il segnale è chiaro. La riforma della Costituzione italiana ha introdotto la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali, riconoscendo esplicitamente il legame tra attività economica e salvaguardia del capitale naturale.
Una direzione comune: il Global Biodiversity Framework
Accanto alla regolazione, si sta consolidando anche un quadro strategico globale. Il Global Biodiversity Framework, adottato nell’ambito della Convention on Biological Diversity, rappresenta oggi la bussola internazionale per arrestare e invertire la perdita di natura entro il 2030.
Pur non essendo vincolante per le imprese, il framework definisce obiettivi destinati a orientare politiche pubbliche, investimenti e aspettative degli stakeholder. Tra questi, il target “30x30” – proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030 – è probabilmente il più noto, ma altrettanto rilevante è la crescente attenzione alla misurazione e trasparenza degli impatti delle imprese sulla biodiversità.

Dalla strategia alla gestione: il ruolo della TNFD
Se il quadro globale definisce la direzione, le imprese hanno bisogno di strumenti per tradurla in pratica. È in questo spazio che si inserisce la Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD). La TNFD nasce con l’obiettivo di aiutare le aziende a comprendere e gestire i rischi e le opportunità legati alla natura, introducendo un approccio strutturato che consente di integrare la biodiversità nei processi decisionali. Il cuore del framework è il modello LEAP, che guida le imprese nell’identificazione delle interazioni con gli ecosistemi, nella valutazione degli impatti e nella loro integrazione nella strategia.
Al di là degli aspetti tecnici, il valore della TNFD è anche di natura culturale, perché contribuisce a spostare la biodiversità da tema “ambientale” a variabile economica e finanziaria, rendendola rilevante per il dialogo con investitori, banche e assicurazioni.
Un altro strumento a supporto della definizione di strategie nature-positive sono gli Science-Based Targets for Nature che consentono alle imprese di passare da impegni generici a target misurabili su biodiversità, acqua, suolo e oceani. Questo cambio di paradigma è fondamentale: ciò che non si misura difficilmente si gestisce, e senza obiettivi chiari diventa difficile dimostrare progressi credibili.
In questo senso, SBTN rappresenta un ponte tra analisi e azione, offrendo alle imprese una metodologia per tradurre la complessità della biodiversità in scelte operative.

Nuove frontiere: opportunità e limiti dei nature credits
Parallelamente, stanno emergendo strumenti finanziari innovativi come i nature credits, pensati per attribuire un valore economico alle attività di conservazione e ripristino degli ecosistemi.
L’idea è quella di creare meccanismi di mercato in grado di canalizzare risorse verso progetti di tutela della natura, analogamente a quanto avvenuto con i crediti di carbonio. Tuttavia, a differenza di questi ultimi, i nature credits sono ancora in una fase iniziale di sviluppo. Le criticità non mancano, a partire dalla difficoltà di misurare la biodiversità, dal rischio di approcci compensativi non efficaci e dalla mancanza di standard condivisi. Per questo motivo, oggi i nature credits rappresentano più una leva complementare che una soluzione principale, da affiancare a strategie di riduzione diretta degli impatti.
A prima vista, il numero di strumenti e riferimenti disponibili può apparire disorientante. In realtà, esiste una logica che li connette: la regolazione definisce il perimetro, i framework globali indicano la direzione, gli strumenti operativi supportano l’implementazione e i meccanismi finanziari abilitano gli investimenti. La sfida per le imprese non è scegliere un singolo strumento, ma costruire un approccio integrato, capace di connettere compliance, gestione del rischio e innovazione. In questo senso allora è importante considerare la natura sempre più come una nuova dimensione strategica, destinata a influenzare non solo le politiche di sostenibilità, ma il modo stesso di fare impresa.
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