La crisi climatica e la crescente scarsità delle risorse stanno ridefinendo in profondità il modo in cui le imprese operano, competono e generano valore. In questo nuovo contesto, la tutela del capitale naturale e della biodiversità non è più un’opzione accessoria ma un pilastro per la resilienza, la crescita e la competitività aziendale. Proteggere gli ecosistemi significa tutelare le fondamenta stesse dei modelli di business e dei sistemi economici globali.

Natura e imprese: un legame sistemico
Secondo l’ultimo rapporto dell’IPBES – la Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici – pubblicato nel 2026, il degrado degli ecosistemi compromette la fornitura di servizi essenziali come acqua, fertilità dei suoli, impollinazione, regolazione climatica e protezione naturale dalle catastrofi. Il documento, ripreso a livello nazionale anche da ISPRA, sottolinea come oltre la metà del PIL globale dipenda in misura moderata o elevata da questi servizi e come la perdita di biodiversità rappresenti un rischio sistemico per l’economia.
Nel febbraio 2026, durante la dodicesima plenaria dell’IPBES a Manchester, è stato adottato il rapporto “Business and Biodiversity: Methodological Assessment of the Impact and Dependency of Business on Biodiversity and Nature’s Contributions to People”: un documento metodologico globale che valuta impatti e dipendenze del mondo produttivo dalla natura e indica oltre 100 azioni concrete per trasformare rischi sistemici in opportunità di cambiamento.
Il messaggio centrale è netto: ogni impresa, indipendentemente dal settore o dalle dimensioni, dipende e, allo stesso tempo, influenza la natura. Questo vale non solo per attività tradizionalmente legate alle risorse naturali, come agricoltura o pesca, ma anche per settori come digitale, finanza e assicurazioni, che traggono benefici indiretti dai servizi ecosistemici.

Rischi economici e impatti tangibili sui settori produttivi
La connessione tra perdita di capitale naturale e biodiversità e stabilità economica è profonda. Il World Economic Forum ha stimato che oltre il 50 % del PIL globale è moderatamente o altamente dipendente dalla natura, con settori come agroalimentare, costruzioni, moda, turismo e finanza tra i più esposti ai rischi derivanti dal degrado degli ecosistemi.
Gli impatti sono già osservabili nella realtà. Alcuni esempi di questo sono: la diminuzione degli impollinatori e degenerazione dei suoli compromettono rese e qualità nel settore agroalimentare, aumentando l’instabilità delle supply chain; lo scarso accesso all’acqua e inquinamento dei bacini idrici influiscono sia sui processi produttivi industriali che sui costi operativi; eventi climatici estremi connessi al degrado ecologico accrescono costi assicurativi e rischi di interruzione delle attività; la perdita di ecosistemi naturali come barriere coralline, spiagge e foreste riduce l’attrattività delle destinazioni; la crescente riconoscimento dei rischi legati alla natura mette sotto la lente gli investimenti in attività che degradano gli ecosistemi.
È in questo contesto che il rapporto IPBES evidenzia come la crescita dell’economia globale degli ultimi decenni sia avvenuta a costo di una drastica erosione del capitale naturale globale, che dal 1992 si è ridotto di circa il 40 %.

Nature-positive economy: oltre la sostenibilità tradizionale
A fronte di questi dati e di questo trend che sembrano delineare un futuro ineluttabile Il concetto di economia "nature-positive" sta emergendo come nuovo paradigma economico, promosso dall’United Nations Environment Programme (UNEP) e ripreso anche dal World Economic Forum. Questo approccio mira non solo a ridurre gli impatti negativi sull’ambiente, ma a invertire la perdita di natura entro il 2030, trasformando gli ecosistemi da passività in asset generativi di valore.
Adottare un modello nature-positive significa:
- valutare sistematicamente impatti e dipendenze dalla natura lungo tutta la catena del valore;
- integrare tali valutazioni nei processi decisionali, nei sistemi di governance e nei piani strategici;
- sviluppare prodotti e servizi che generino benefici netti per gli ecosistemi;
- collaborare con stakeholder territoriali per preservare e rigenerare capitale naturale.
Un riferimento operativo fondamentale per le imprese è il framework della Taskforce on Nature-related Financial Disclosures, che guida le aziende a identificare, misurare e rendicontare rischi e opportunità legati alla natura, analogamente a quanto già avvenuto per i rischi climatici.
Quadri multilaterali: dalla COP16 alla COP30
Guardando al panorama internazionale occorre evidenziare come la convergenza tra lotta al cambiamento climatico e la tutela della natura sia sempre più evidente. Se nell’ambito della COP 16 incentrata sulla biodiversità tenutasi nel 2025 tra Cali e Roma, è stata ribadita la necessità di attuare il Global Biodiversity Framework attraverso impegni concreti, meccanismi di monitoraggio e sostegno finanziario, coinvolgendo attivamente imprese e investitori, durante la COP30 di Belém, pur focalizzata sul clima, foreste, suolo e biodiversità sono stati riconosciuti come infrastrutture naturali essenziali per stabilizzare il sistema climatico globale. In quell’occasione è stato annunciato il Tropical Forest Forever Facility (TFFF), un fondo internazionale che mira a mobilitare capitali pubblici e privati per la tutela delle foreste tropicali, sottolineando come la protezione della natura sia parte integrante delle soluzioni climatiche. In occasione della COP30, inoltre, UN Global Compact Network Italia ha presentato in un evento dedicato lo studio “Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico” al fine di offrire una fotografia dell’impegno delle imprese italiane nel contrasto ai cambiamenti climatici, a partire dalla tutela del capitale naturale e dalla conservazione della biodiversità.

Implicazioni per le imprese: dalla conformità alle opportunità
Anche il quadro normativo europeo continua a evolversi. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha introdotto strumenti importanti come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), con l’obiettivo di rafforzare la trasparenza delle imprese sugli impatti ambientali e sociali e promuovere pratiche responsabili lungo le catene del valore.
Con il pacchetto di semplificazione normativa “Omnibus”, adottato nel 2026, alcune disposizioni sono state riviste per ridurre gli oneri amministrativi e rafforzare la competitività delle imprese europee. In particolare, sono state ridotte le soglie dimensionali delle imprese direttamente soggette agli obblighi e introdotti tempi di applicazione più graduali, mantenendo però l’impianto generale della regolazione sulla sostenibilità.
Ciò non significa però che il tema perda rilevanza per il sistema produttivo. Anche le imprese non direttamente soggette agli obblighi continueranno a essere coinvolte attraverso le catene di fornitura, le richieste informative di partner e investitori e l’evoluzione della finanza sostenibile. Quello che deve emergere però è che al di là degli obblighi normativi proteggere la natura aiuta a generare valore economico e innovazione: soluzioni basate sulla natura (Nature-based Solutions) – come il ripristino di zone umide, la riforestazione, l’agroecologia o le infrastrutture verdi urbane – possono ridurre costi operativi, aumentare la resilienza e migliorare la reputazione aziendale. Secondo le stime del World Economic Forum, una transizione verso un’economia positiva per la natura potrebbe creare oltre 10.000 miliardi di dollari di opportunità economiche entro il 2030.

Un percorso per strutturare una strategia di sostenibilità integrata
Capitale naturale e biodiversità sono un elemento strategico per le aziende se integrati nei piani di sostenibilità, in sinergia con le strategie a contrasto del cambiamento climatico e gli strumenti di finanza sostenibile. Se la tutela della natura assume quindi quel ruolo di elemento trasformativo della nostra economia allora il futuro ineluttabile che emerge dai recenti rapporti dei più importanti organismi internazionali può davvero essere cambiato.
È su questa premessa che UN Global Compact Network Italia ha deciso di lanciare il percorso “Starting Nature” dedicato alla biodiversità e al capitale naturale, con l’obiettivo di accompagnare le imprese nel porre le basi per identificare impatti e dipendenze, allinearsi agli standard internazionali e definire roadmap operative e misurabili.
La sfida verso il 2030 non può essere solo ridurre gli impatti negativi, ma contribuire a invertire la perdita di natura. Le imprese che sapranno integrare pienamente il capitale naturale nelle proprie strategie saranno più resilienti, attrattive per gli investitori e capaci di creare valore duraturo.
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